Σάββατο, 3 Μαρτίου 2012


Georges Contogeorgis


La Dittatura militare in Grecia (1967-1974)
Questioni di approccio del fenomeno autoritario[1]

1. Introduzione

Il regime autoritario in Grecia solleva una questione generale legata sia alla natura della società greca, sia al contenuto dell’evoluzione della nostra epoca. In tal senso, la comprensione del fenomeno presuppone che si risolva la questione della posizione che questo occupa nel sistema politico greco in generale, e al di là, quella della sua relazione con i regimi analoghi o i totalitarismi del periodo compreso fra le due Guerre e della penisola Iberica.
          L’ipotesi di lavoro è che in Grecia il regime autoritario costituisce nel sistema politico una parentesi che non è conforme alla propria natura e, più precisamente, si tratta di un sintomo esogeno risultante dalla non armonizzazione della società greca con il deficit democratico dei fattori della Guerra fredda. A differenza della Dittatura in Grecia, i regimi autoritari della penisola Iberica sono un prolungamento e, in un altro senso, un residuo dei totalitarismi del periodo compreso tra le due Guerre mondiali.


2. Il regime autoritario e la società civile. La società come non parametro del sistema politico

          Lo schema interpretativo che cerca di studiare il fenomeno autoritario della nostra epoca focalizza la propria attenzione sull’indicatore della società civile, ovvero sul grado di presenza degli interessi organizzati della società all’interno della dinamica politica. Tale ipotesi riconosce che il fenomeno autoritario va di pari passo con il fatto che le coordinate socio-politiche che derivano fondamentalmente dall’economia, non hanno lo sviluppo sufficiente per rendere sensibile la propria presenza come gruppi di pressione, sul terreno del potere politico, imponendo a quest’ultimo il proprio partenariato[2].
          Tale schema presuppone due cose: in primo luogo, la propensione naturale del potere statale a concentrare una forza sempre più grande, a tal punto che la linea di demarcazione tra legalità e illegalità spesso diventa difficile da distinguere; in secondo luogo, l'assenza naturale della società stessa come fattore del processo politico, che la modernità situa consapevolmente nella sfera privata.
          Allo stesso tempo, è assente da tale schema il parametro della natura del sistema politico, e in particolare il fatto che emerga uno squilibrio chiaro tra colui che detiene la competenza politica e la società privata, e il fatto che viene chiamato a ristabilire in primo grado di mediazione il partito, e in secondo grado la società civile. In fondo, il sistema politico moderno non è rappresentativo. La rappresentazione non costituisce una funzione intra-sistemica, non ne deriva a titolo di parametro organico del sistema politico. Si tratta essenzialmente di un’opzione che parte dall’idea che la società – e oltre a questa, i suoi parametri costitutivi – non è abbastanza sviluppata per essere inclusa nel processo politico.
          Sono numerose le valvole di sfogo che a livello pratico e soprattutto istituzionale confermano il carattere fondamentalmente non rappresentativo del sistema politico, e, di conseguenza, l’autonomia garantita del potere politico. Tuttavia, mi limiterò a descriverne due essenziali: la prima riguarda la finalità politica, che si concentra sull’interesse “generale” o “nazionale” o “pubblico/statale”, ma non sull’interesse sociale immediato, che obbligherebbe il potere politico a incontrare sul piano istituzionale il corpo sociale. E al contrario, tale scopo non legittima il corpo sociale o il cittadino a controllare la politica. Qui non mi riferisco alla possibilità del discorso critico derivante dalla libertà individuale, ma al diritto istituzionale che contiene il principio rappresentativo secondo cui il mandante determina il contenuto dell’azione politica, obbliga il detentore della politica ad armonizzarsi alla sua volontà, lo convoca, gli richiede i conti per le operazioni dannose o per le omissioni commesse, e infine lo destituisce. La direzione politica, in quanto possiede la competenza politica universale, è al di sopra della legge, incarna la legge, è "la legge stessa". Ecco perché il contenuto della sua politica non è sottoposto a giustizia e, in un altro senso, la sua vita privata beneficia dell’immunità[3]. 
          Appare evidente che tale previdenza contribuisce a far si che il sistema politico moderno preservi globalmente il carattere chiuso del potere politico e, in fondo, una sua autorità illimitata. Ciò spiega perché la finalità politica – la nazione, ad esempio – invocata dal suddetto sistema parlamentare è stata il riferimento preferito di tutti i regimi autoritari, dai totalitarismi del periodo fra le due Guerre Mondiali a quelli della Guerra fredda e dell’epoca moderna. In questo senso, la discussione sulle valvole di sicurezza che essi vogliono mantenere per impedire il cambiamento troppo facile dei fondamenti del sistema politico (le clausole della Costituzione, ad esempio) riguarda sia i rischi di deviazione autoritaria eventuale, sia, soprattutto, la prospettiva di mutazione di questa nel sistema rappresentativo. 
La seconda valvola che garantisce la natura non rappresentativa del sistema politico moderno è di per sé l’appropriazione della qualità di mandante da parte dello Stato. Il fatto è che la dicotomia tra società e politica che l’epoca moderna introduce come dogma, e con questa, il principio di separazione dei compiti socio-politici (la divisione del lavoro, ecc…), considera letteralmente ingiustificabile la separazione delle qualità di mandante e mandatario. L’attribuzione della qualità di mandante alla società spezza pertanto il fondamentale dogma politico della modernità[4]. Il mandatario, ovvero lo Stato, possiede anche interamente la qualità di mandante e, in questa, incarna il sistema politico, ovvero l’insieme del processo politico. Le normative interne, come il principio di separazione dei poteri, confermano per l’appunto tale dogma, sebbene alla luce delle evoluzioni del XX secolo – in particolare l’omogeneizzazione antropocentrica della società, la concessione universale del diritto di voto, ecc. - la loro importanza sia stata materialmente ridotta poichè il detentore della maggioranza alle elezioni controlla in principio in maniera indivisibile il potere statale.
Il fatto che la qualità di mandante non sia attribuita alla società comporta che quest’ultima non incontri la politica sul piano istituzionale. Il corpo sociale dei cittadini non è, di fronte al potere politico, né il rappresentato – ovvero il beneficiario dello scopo della politica – né a fortiori una parte costitutiva del sistema politico. In qualità di società a carattere privato, non possiede neppure la competenza di chiarire il contenuto dello scopo non sociale della politica (ad esempio, il contenuto dell’interesse “nazionale”). Ciò che è l’interesse “nazionale”, “generale” o “pubblico” spetta al detentore della competenza politica universale deciderlo d’autorità in prima e ultima istanza. Di fronte all’autorità del detentore del potere politico statale, la volontà della società, poichè gode di uno statuto privato, è giudicata interessata, egoista e in ogni caso irresponsabile e insufficiente.
La conseguenza della natura non rappresentativa dello Stato – del sistema politico – è, come già affermato, la costituzione non politica della società. Quest’ultima, in quanto “persona privata”, non è né soggetto né  fattore del sistema politico. Così come tutte le forme sociali, per esistere in un quadro sociale più ampio, devono costituirsi in “corpi” (in un gruppo di pressione, ad esempio), allo stesso modo, la società, per funzionare politicamente, deve trasformarsi in démos. Il démos definisce la società costituita sul piano politico con un obiettivo preciso che equivale almeno alla qualità di mandante.
L’ingresso della società nell’agora politica attraverso la sua trasformazione in démos avrà. in ogni caso, l’effetto di annullare il dogma fondamentale della modernità. Ovvero la dicotomia tra società e politica. Ciò metterebbe su nuove basi il problema della contraddizione tra autoritarismo e “rappresentanza”.
Questa natura del sistema politico moderno non deve essere attribuita ad intenzioni invisibili delle forze sociali e politiche che lo fanno funzionare. La rappresentanza – lo spostamento della qualità di mandante verso la società – oggi non è un postulato. In questo, riflette in maniera diretta la fase cosmo-sistemica che attraversa l’epoca moderna, ovvero la costruzione antropocentrica che ha fatto seguito al feudalesimo. D’altra parte, la generalizzazione della qualità elementare di cittadino[5] si è verificata appena nel corso del XX secolo, con l'attribuzione all'individuo, membro della società statale, del diritto di voto.
Per il momento, né le condizioni pragmatologiche né, di conseguenza, la società sono sufficientemente mature per sostenere un progetto politico differente. Le priorità della società si concentrano sul problema fondamentale, il problema socio-economico (la questione del lavoro, della libertà individuale, della proprietà, ecc…), che si trova ancora in sospeso. La politica è solamente un mezzo – Karl Marx l'ha definita superstruttura - ovvero una componente operativa per raggiungere lo scopo sociale ed economico.
Di conseguenza, nella misura in cui l’incontro tra la società e la politica si verifica extra-istituzionalmente, per mezzo delle forze intermediarie (partiti, sindacati, ecc...) e con il progetto della questione sociale, il peso della legittimazione elettorale del personale politico non si presenta sempre come una priorità. La Rivoluzione e la presa “golpista” del potere sono stati e continuano ad essere ancora, ad un livello inferiore, dei mezzi legittimi per la realizzazione del progetto ideologico, dell’obiettivo sociale.
La crisi del parlamentarismo tra le due Guerre e l’eco delle ideologie totalitarie confermano per l’appunto tale primario stadio antropocentrico. Uno stadio che si caratterizza per le variazioni della costituzione sociale, per la mancanza di emancipazione globale dell’individuo all’interno del nuovo ruolo riservatogli dall’epoca moderna e dall’importanza fondamentale del voto, per il cui controllo si battono le forze politiche. Pertanto, non è fortuito il fatto che la nozione di politicizzazione – e, in un certo senso, di partecipazione politica – sia stata costantemente legata fino ai giorni nostri all’adesione gregaria o di massa del cittadino al partito, al sindacato, ecc…, a titolo di partigiano; si tratta di una questione statistica senza alcun rapporto con il tempo reale trascorso a occuparsi di politica. L’individualità sociale, che va alla pari con la libertà individuale, non ha un equivalente in politica. L’individualità politica brilla per la sua assenza.
Tali considerazioni permettono di capire come mai il fenomeno autoritario si trova in particolare nel periodo compreso tra le due Guerre e della Guerra Fredda, e non in epoche precedenti, e che inoltre si allontana dall’Europa man mano che ci si avvicina alla fine del XX secolo.
L’assenza effettiva della società dal campo della politica spiega la ragione per cui la problematica sul regime autoritario la pone piuttosto tra le componenti virtualmente benefiche di quest’ultimo, con in prima linea la società civile. L’entrata in gioco della società civile come fattore del sistema politico è stata direttamente collegata allo sviluppo globale della società, e in particolare allo sviluppo del suo parametro economico. Le forze della società civile sono prima di tutto le forze economiche che rivendicano la parola in politica e, naturalmente, un posto nel processo decisionale del potere. Più l’economia di un paese sembra sviluppata, più la società civile acquista forza, e la sua partecipazione alla politica diventa importante. Il concetto di sviluppo politico è legato imperativamente allo sviluppo delle componenti della società civile e non a quelle della società in quanto tale.
Così, lo sviluppo di questo secondo grado di mediazione che la società civile promette, limita l’autonomia effettiva del potere politico e diminuisce in proporzione la possibilità delle forze politiche di invocare, nell’incontro con la società e i suoi bisogni, il laicismo. In questo contesto, la problematica della “rappresentanza” si trasferisce dal campo dell’ideologia e del militantismo partigiano a quello dell’incontro dei gruppi di interesse e del potere politico.
Ma non siamo qui per discutere delle ricadute di tale transizione[6]. Dobbiamo sottolineare tuttavia che la società continua ad essere considerata come soggetto di mediazione e non come fattore del sistema politico e in ogni caso come una componente anti-autoritaria.
Le osservazioni precedenti spiegano, a mio avviso, la ragione per la quale per giudicare il grado di esposizione di un paese al totalitarismo (o alla democrazia), la scienza sociale moderna deve avere come fondamento il suo sviluppo economico e quindi lo sviluppo della società civile[7], e non della società stessa. In questo caso, la nozione di sviluppo si concentra sul tempo presente e viene resa dallo schema centro (sviluppo) – periferia (sottosviluppo). Quindi appare assente da tale schema un criterio più ampio che riunisca lo statuto delle società e lo sviluppo globale del cosmo-sistema antropocentrico[8].
In questo schema, la Grecia, come la Spagna e il Portogallo, appartiene, secondo la scienza sociale moderna, al Sud, che viene considerato come semi periferia, più o meno come l’America Latina. Nella semi periferia, le società civili sono deboli[9] ed è per questa ragione che tali paesi sono esposti all’autoritarismo. Tale schema spiega, in altre parole, l’incapacità dei paesi facenti parte della semi periferia ad entrare nel cerchio della “democrazia”, come accade, ad esempio, con i paesi del Nord[10].
Bisogna comunque ricordare che anche in questi paesi, la “democrazia” è svuotata del corpo sociale e, ovviamente, di ogni suo contenuto rappresentativo. Ma questi parametri non sono ritenuti importanti nell’esaminare la natura del sistema politico.

3. Il regime autoritario e il sistema internazionale

          L’altro parametro significativo che è assente dall’approccio al fenomeno autoritario è il parametro esterno. La scienza politica si è posta come obiettivo principale lo Stato, e ha concesso il parametro interstatale della politica ad un’altra branca scientifica, quella delle Relazioni internazionali. Tale scelta ha comportato che si prestasse un’attenzione eccessiva al peso della politica interna nella formazione e nel funzionamento del sistema politico e che, al contrario, il contesto interstatale o meglio cosmo-sistemico come fattore della politica interna venisse sottovalutato.
          Eppure, il rapporto di sovrapposizione della politica intrastatale e interstatale o cosmo-sistemica rende praticamente impossibile ogni tentativo di dissociarle. Ma allo stesso tempo, l’equilibrio della loro influenza nella bilancia globale della funzione politica differisce a seconda, da un lato, della fase che il cosmo-sistema globale attraversa, e dall’altro, dei rapporti di forza che si elaborano del periodo cosmo-sistemico vissuto.
          Dalla fase che attraversa il cosmo-sistema globale deriva anche l’uso del regime autoritario come mezzo di formazione dei rapporti di forza interstatali. Limitandoci alla nostra epoca: nella fase della sovranità statale, l’adesione o il mantenimento in un campo di paesi che effettuano delle scelte divergenti sono ottenuti essenzialmente con l’aiuto di apparati  repressivi statali o, in casi estremi, con un intervento militare esterno. Invece, nell’epoca della sovranità statale relativa – quella dello Stato indipendente, certo, ma non sovrano sul piano del potere – il ricorso al regime autoritario è in discesa nella misura in cui il complesso egemonico si instaura organicamente nel contesto della politica interna. Il sistema comunicativo che sostiene tale evoluzione rende sempre meno visibile la distinzione tra politica interna e politica interstatale, o meglio, cosmo-sistemica.
          La differenza è fondamentale. Nella fase della sovranità statocentrica, l’essenziale della politica è in mano al potere politico dello Stato, e quindi, il rifiuto delle scelte di una politica elettoralmente legittimata può solamente verificarsi attraverso la scappatoia degli apparati repressivi dello Stato. Il passaggio alla sovranità relativa del potere politico, poichè va in parallelo allo sviluppo di un sistema di comunicazione polivalente e di una funzione intermediaria estremamente potente introdotta dalla società civile, sposta il campo della politica, al di là del potere statale, sul terreno della società e dell’economia private. Ma la sovrapposizione che si osserva in questo dominio tra fattori interni ed esterni, offre in fondo delle possibilità illimitate di armonizzazione legittimata della volontà politica dello Stato con l’interesse del complesso egemonico. Ciò spiega perché in questa fase, che coincide con il periodo della cosiddetta “mondializzazione”, il regime autoritario è invocato sempre più dalle forze che sognano la sovranità politica dello Stato perché credono che in tal modo potranno blindare la propria indipendenza contro i tentativi di minaccia esterni e la falsificazione della propria autarchia interna.
          I casi delle dittature spagnola, portoghese e greca appartengono all’epoca della sovranità statale durante la quale la posta in gioco politica si focalizzava ancora sul tipo di sistema sociale successivo al feudalesimo, seppur lontano o, in altre parole, sulla via della costruzione antropocentrica. Tale confronto tra le due ideologie di transizione – il liberalismo e il socialismo – si cristallizzò anche a livello del cosmo-sistema globale con la formazione di due campi analoghi che costituirono insieme i due grandi poli d’interesse strategico del pianeta.
          Il periodo della Guerra fredda dimostra che ogni alternanza politica all’interno di uno Stato, che supporrebbe la riforma o la modifica del sistema sociale, porta anche potenzialmente allo spostamento dello Stato stesso nel campo opposto o, in ogni caso, all’ampliamento dell’influenza dell’avversario. Sotto l’impulso di tale polarizzazione, ogni distinzione nel dominio della politica estera, suscettibile di far vacillare la rigida definizione dei due campi, era considerata assolutamente vietata.
          Una tale realtà poneva inevitabilmente il problema della partecipazione al potere, permessa o no, dei partiti che dichiaravano un progetto ideologico – sociale o politico - che non era per nulla conforme al sistema o al bipolarismo decretato. Poichè, dato che ogni distinzione rispetto al sistema o semplicemente alla politica estera era inconcepibile, la presenza o l’ascesa al potere di partiti che l’esprimessero non era meno mal vista. Il blocco socialista ha risolto la questione con la dissoluzione pura e semplice del sistema sociale che costituiva la sostanza dell’avversario e, sul piano politico, con il principio della “dittatura del proletariato”, che respingeva il pluralismo partitico nell’illegalità. All’interno del blocco liberale, il problema si è posto rispetto ai partiti che esprimevano l’alternanza politica. Così, il pluralismo partitico si ritrovava tutelato, ad eccezione di alcuni casi in cui l’attività dei partiti comunisti era proibita, ma la volontà sociale che avrebbe optato per l’alternanza politica, era dichiarata illegale. Durante la Guerra fredda, l’ascesa al potere dei partiti socialisti era totalmente proibita[11].
          Le dittature spagnola e portoghese non furono coinvolte dalla problematica della Guerra fredda. Nacquero sotto l’impulso del confronto che si sviluppò tra le due Guerre in Europa, e in particolare dal conflitto tra il socialismo reale, i totalitarismi fascisti e il liberalismo parlamentare. Ma, come residuo del sistema internazionale precedente, si integrarono nel clima bipolare del dopo guerra, massimizzando il collegamento di tali paesi “eretici” al campo “occidentale”[12].
           Il caso dell’Italia fu molto problematico, poiché il fatto che appartenesse ad una cultura storico-politica di natura differente rispetto a quella del mondo anglosassone, non favoriva la focalizzazione univoca della politica sulla sua parte “operativa” e, di conseguenza, sull’efficacia del suo divenire economico-sociale[13]. L’imposizione del regime autoritario fu evitata in Italia per ragioni congiunturali[14], sebbene si debba ammettere che faceva pienamente parte dei piani del complesso egemonico dell'Occidente. 
          Il caso della Grecia assomiglia a quello dell’Italia, se si aggiunge il fatto che le evoluzioni politiche interne erano delle minacce in una regione considerata un bastione strategico sul fianco dell’Unione Sovietica e che, allo stesso tempo, si riteneva che il paese non avrebbe potuto “ipotecare” negativamente l’identità politica del campo occidentale. Ecco perché il caso greco fu classificato tra le priorità del complesso egemonico occidentale, avendo come linea direttrice la sua posizione geopolitica, a cui doveva armonizzarsi senza deviare il comportamento politico della società. L’aspettativa accresciuta del complesso egemonico su questo punto era parallela, come vedremo, a una lunga tradizione di disobbedienza dichiarata della società alle sue scelte.
          L’assicurazione della non alternanza al potere e, di conseguenza, la dissuasione di una volontà sociale alternativa furono visti in principio come prevenzione, “guidando” i giusti apparati, ma anche come repressione, con la costituzione di sacche multiple di sorveglianza e di canalizzazione della contestazione individuale e collettiva. L’equilibrio tra libertà e repressione dipendeva direttamente dall’intensità della contestazione, ovvero dal peso specifico che le forze della contestazione registravano nella società e nella politica.
          Nessun paese della sfera occidentale fu risparmiato da tale logica  bipolare, compresi quelli del complesso egemonico. Il tema del “nemico interno” condizionò il principio fondamentale del sistema, il pluralismo dei partiti, al fatto che fosse in armonia con il suo dispositivo liberale, e pose la volontà sociale sotto sorveglianza. Le libertà e i diritti dell’uomo non erano considerati come una conquista del sistema, ma in fin dei conti dei suoi componenti.
          Va da sé che in un clima simile, il tasso di repressione non si accordi con la debolezza della presenza della società civile, come esige la scienza politica moderna e, di conseguenza, con lo sviluppo economico di un paese del mondo occidentale europeo. In realtà, la distinzione nelle società civili dei paesi dell'Europa occidentale è trascurabile[15], quindi bisogna cercare altrove le cause della contestazione, e concretamente nel nucleo del problema politico. Pensiamo in particolare all’indice di sviluppo politico e a quello di disponibilità del corpo sociale e delle forze intermediarie a conformarsi al deficit democratico dettato dal regolamento internazionale. Le evoluzioni notabili nel mondo del dopo Guerra fredda, e soprattutto dall’inizio dell’era della sovranità stato-centrica relativa (la cosiddetta “mondializzazione”), confermano chiaramente il peso decisivo del fattore esterno nella politica interna.
          In altri termini, il deficit democratico dell’epoca della Guerra fredda non rappresenta un particolare problema interno per i paesi europei, ma un’incapacità congenita in accordo con la fase che attraversava l’umanità e la cui gestione si trovava nelle mani delle forze che costituivano la rete egemonica. Il caso del Cile di Salvador Allende è semplicemente sintomatico. La scienza politica dominante, per concorrere alla legittimazione delle opzioni strategiche del complesso egemonico dell'Occidente, imputò alla società cilena un deficit democratico, mentre era già stata classificata tra i paesi della semi periferia. Il regime autoritario in questi paesi è interpretato apertamente in funzione delle cause endogene e non esogene, vista l'impotenza della società globale nel sostenere la democrazia.
          L’esempio greco presenta, da questo punto di vista, un estremo interesse, per la specificità già segnalata della sua società.

4. La Dittatura dei Colonnelli come “incidente" nella politica greca

          La teoria secondo cui la  Dittatura dei Colonnelli è una parentesi esogena nella cultura politica greca deve essere accompagnata dall’osservazione che questa non si accorda con un clima interno propizio, dietro cui trincerarsi o almeno suscettibile di giustificarla come fenomeno politico. In altri termini, non si pone come una tappa nell’evoluzione globale del sistema politico verso il pluralismo rappresentativo.
          Il fatto è che il sistema politico greco è il più antico, il primo sistema moderno di tipo rappresentativo tra gli Stati nazione ad aver avuto come fondamento il suffragio universale. Neppure la monarchia assoluta imposta dalle potenze della Santa Alleanza (1832) osò abolire il suffragio universale o, per estensione, il sistema di partiti “pluriclasse”, con le ideologie che lo accompagnano. Il principio della fiducia manifestata dalla camera fu consacrato nel 1875, all’interno del regime monarchico costituzionale instaurato nel 1843, contemporaneamente al ripristino del parlamento abolito con l’avvento dell’assolutismo[16].
          Eppure, la monarchia ereditaria non riuscì mai a penetrare in profondità nel sistema politico dello Stato greco moderno. Fu sempre vista come un’istituzione esogena non adatta al carattere di legittimazione, per via elettorale, degli attori della politica, e come punto di appoggio per la tutela del paese. Ad eccezione di uno solo, morto sul trono durante il suo regno – che, specifichiamolo, coincise con il periodo della Guerra fredda – tutti i re furono cacciati dal trono e uno fu assassinato. Tutti furono più o meno ritenuti responsabili degli interventi politici, delle deviazioni e delle avventure subite dalla nazione, il cui punto culminante fu la catastrofe in Asia Minore nel 1922.
          La cultura politica greca si irrigidisce nelle Costituzioni dei primi anni '30 del XIX secolo, che seguirono lo scoppio della Guerra d’Indipendenza (febbraio 1821). Il sistema politico adottato dalle assemblee nazionali elette dal popolo è di tipo repubblicano, ma si distingue per un potere centrale (governativo e parlamentare) straordinariamente timoroso, di semplice coordinamento. L’elezione dei detentori del potere centrale non condurrà pertanto alla costituzione di uno Stato centralista. Il nuovo Stato della società greca era fondamentalmente una “sympolitéia”, e si basava sul sistema delle koina (città)[17]. Le regole democratiche adottate in queste Costituzioni non apparivano nei testi costituzionali contemporanei dei paesi europei e, ancor più interessante, non sono ancora presenti nella cultura costituzionale moderna. La causa era stata, come vedremo, l’esperienza acquisita in precedenza dalle società greche[18].
          Persino il regime politico introdotto da Jean Capodistrias, dopo la sua elezione come presidente greco (1828), costituisce, secondo i dati attuali, solamente un sistema presidenziale relativamente moderato. Il presidente stesso lo dichiarò come “provvisorio”, sperando di evitare in questo modo la collera delle potenze del despotismo assoluto, che lo vedevano come un'ulteriore provocazione. Quando, all’inizio della sua presidenza, Jean Capodistrias ricevette dei documenti che gli consigliavano di abolire il suffragio universale – che, nelle koina era un suffragio decisionale e non solamente elettivo – per far “europeizzare” il paese, egli obiettò che tale diritto era ormai inalienabile per i greci, poiché costituiva un elemento della loro storia politica secolare. 
          La costante del parlamentarismo che si basa sulla legittimità elettorale (il suffragio universale) non venne minacciata seriamente dalla grande crisi provocata dall’impatto della sconfitta sul fronte dell’Asia Minore, che condusse allo sradicamento del vivace focolaio ellenico oltre il mar Egeo, e all’insediamento di un milione e mezzo di rifugiati in un paese che contava meno di 5 milioni di abitanti. Le turbolenze politiche che ne seguirono condussero alla destituzione del trono e all’avvento della II Repubblica ellenica (1924-1935). Dal prolungamento dell’incertezza politica che provocò una delle più gravi crisi elleniche, si formò il primo regime essenzialmente dittatoriale del paese (1936-1940), che fu imposto dal Re per insediare la restaurazione golpista.
          Infine, è interessante notare che le forze che resistevano all’occupazione nazista reintrodussero il sistema delle koina, insieme ad un sistema democratico (diretto) per infiltrarsi nella società greca[19], e che la gestione della guerra civile (1944-1949) ebbe luogo a partire da un regime fondamentalmente parlamentare e dal sistema partitico collegato.

5. La società come parametro della vita politica

          Queste costanti del sistema politico greco sono il prodotto di una specificità globale della società greca, che deriva dal suo elevato grado di sviluppo politico.
          Abbiamo constatato che la scienza sociale moderna tenta di interpretare il fenomeno autoritario attraverso la scissione che si delinea tra la società civile e il potere politico dello Stato, che include il fenomeno dei partiti. Abbiamo anche notato l’assenza della società da tale problematica, attribuita alla sua assenza effettiva dalla vita politica. La società moderna ha semplicemente uno statuto privato, le si attribuisce in politica un approccio proficuo e in ogni caso “operativo”. La politica, come campo dell’attività umana, è sconosciuta, la gestione degli affari della società appartiene esclusivamente alle forze intermediarie e al potere dello Stato. Il dogma della dicotomia tra società e politica suggerisce che il cittadino non dispone di un’individualità politica, e che il corpo dei cittadini non può costituirsi politicamente, diventare una parte attiva del sistema politico.
          Al contrario, il riconoscimento all’interno della società greca di un elevato livello di sviluppo politico solleva due questioni: la prima riguarda le sue ricadute sulla vita politica, sul funzionamento del sistema politico; l’altra si focalizza sulle origini di tale specificità.
          Il riconoscimento alla società greca di un grado elevato di sviluppo politico sottintende che i suoi membri e la società stessa in quanto globalità debbano essere presi in considerazione a titolo di fattori della vita politica. In questo caso, siamo chiamati a rivedere globalmente il divenire politico : Il ruolo della società civile e del fenomeno dei partiti sarà diverso, come lo sarà la posizione del potere politico nel sistema politico. La presenza attiva della società trasforma anche lo scopo della politica o per lo meno la divisione dei ruoli nel determinare il suo contenuto e la sua messa in atto.
          Il grado elevato di sviluppo politico del corpo sociale si manifesta prima di tutto con la presenza politica estremamente densa dei suoi membri e con l’interesse connesso agli eventi politici. Allo stesso tempo, l’elevata domanda di politica testimonia l’esistenza di priorità diverse assegnate alla stessa[20]. Il livello di sviluppo politico distingue anche profondamente la partecipazione politica e le sue manifestazioni. La società politicamente sviluppata si allontana dal comportamento gregario o di massa del cosiddetto partigiano che dà accesso ai partiti di massa, concede carta bianca alle forze intermediarie e dà accesso alla sovranità politica del potere, o a un approccio alla politica in termini di classe o ideologia, avendo come progetto la proprietà e il lavoro. Al posto del cittadino partigiano gregario appare l’individualità politica, nel senso in cui il cittadino costituisce un’entità politica attiva dotata di un diritto d’intervento personale e diretto. La relazione di questo cittadino – che funziona come se fosse membro del sistema politico e non solamente dello Stato – con la politica non si limita ad una semplice relazione di riunione e di sostegno delle forze intermediarie, ma rappresenta un rapporto dialettico fondato su una negoziazione diretta e costante con il personale politico.
          Durante tutto il XIX secolo, quando il Parlamento era in sessione, gli ateniesi si riunivano spontaneamente nelle strade e nelle piazze attigue per “dialogare” con i deputati e negoziare le loro rivendicazioni. Il politico Charilaos Trikoupis (1832-1896), ammiratore del sistema britannico (censuario e semi despotico) dell’epoca, pretendeva che affinché la vita politica greca potesse modernizzarsi, il politico dovesse liberarsi dall’ambasciata asfissiante del cittadino.
           Questa politicizzazione non si misura sull’indice statistico della partecipazione di ciascuno come membro delle organizzazioni sociali (sindacati dei lavoratori, ecc…) e politiche (partiti, ecc…)[21]. In termini di manifestazione gregaria della politicizzazione, la società greca presenta un ritardo costante, non perché la società civile e il fenomeno dei partiti non siano sufficientemente sviluppati, ma perché si oppone all'individualità politica e di conseguenza alla forma di partecipazione politica che nasconde. Invece, la politicizzazione misurata sul tempo reale consacrato dal cittadino alla politica (sotto forma di dialogo, ecc…) la spunta di gran lunga – e ancora più in passato, sebbene anche l’epoca attuale non sia trascurabile da questo punto di vista - in confronto a qualsiasi altro paese [22]. 
          La politicizzazione fondata sull’individualità politica non è dovuta a una tensione crescente dei problemi riguardanti la società. Si differenzia nel modo di concepire al posto dell’individuo nel sistema politico, rimanda ad un tipo diverso di cittadinanza e, nel complesso, a una relazione tra società e politica che respinge il dogma della dicotomia professata dalla modernità. Questa relazione non riserva all’individuo lo status privato di uomo libero che "concede” la politica agli intermediari, né, ancor meno, che ammette che il cittadino non abbia in alcun modo la qualità di mandante[23].
          In questo approccio alla partecipazione politica è sotteso, in ogni caso, il concetto di libertà politica, che è un parametro di ordine fondamentalmente diverso dalla politica concepita come semplice diritto. L’iscrizione della società come fattore della politica costituisce in fin dei conti un modo di vita diverso da quello che occupa l’individuo all’alba del suo passaggio dal feudalesimo all’antropocentrismo.
          La specificità della società greca è alla base di una grande varietà di differenze, all'interno del sistema politico derivante dallo Stato nazione, come l'introduzione sin dal principio del suffragio universale, dei partiti stratificati, di uno scopo della politica immediatamente (ri)distributivo e non orientato in funzione delle classi sociali, ecc… Ma allo stesso tempo, la coesistenza di una società politicamente sviluppata e di un sistema politico che fa valere come fondamento il proprio statuto privato sfocerà non nella collettività della partecipazione – poiché gli mancherebbe una sua base costituzionale – ma nella preoccupazione individuale del cittadino nel negoziare con il politico, avendo il proprio suffragio legittimante come unica arma a disposizione. La trasformazione della relazione di clientela in un sistema di per sé[24] è esattamente il risultato della scissione suscitata dalla mancanza di correlazione del sistema politico moderno con la specificità politica della società greca.
          Questa diversa relazione tra cittadino e uomo politico, e lo stadio differente di sviluppo antropocentrico a cui rimanda lo sviluppo politico della società greca, spiegano anche perché la legittimazione del personale politico abbia luogo in un contesto di costante contestazione. La verità dello Stato non è la verità per il cittadino. La presunzione suggerisce piuttosto il contrario.
          Questa stessa specificità può spiegare il fatto che il fenomeno fascista non abbia avuto successo in Grecia[25]. Nell’Europa del periodo tra le due Guerre, non esisteva una società civile forte, capace di controbilanciare l’essenza apolitica della società e di contenere la propensione naturale degli attori della politica di incontrarla su una via totalitaria del potere[26]. La Grecia tra le due Guerre accumulava la crisi economica che colpiva l’Europa[27] e una crisi nazionale e politica senza precedenti che poneva per di più alla società greca il dilemma pressante di una ricostituzione radicale del proprio orientamento identitario[28]. Agli antipodi, nel contesto della Guerra fredda, si può imputare all’elevato livello di sviluppo politico della società la mancanza di flessibilità da parte della classe politica, e in fin dei conti, la barriera autoritaria eretta dal fattore internazionale nella contestazione del suo "ordine".

6. Le basi della specificità greca

          È chiaro che lo sviluppo politico della società greca non è da attribuirsi ad una ragione “razziale” o congiunturale, e neppure ad un’evoluzione differente della società nel contesto dello Stato nazione. Si tratta di un fenomeno la cui base è puramente storica, che risale quindi al suo immediato passato pre-etnocratico.
          Quello che differenzia la società greca è la sua natura antropocentrica ininterrotta che, dal principio, suggerisce che, all’opposto delle altre società europee, non è mai passata attraverso il feudalesimo. Il suo passaggio allo Stato nazione antropocentrico è stato endo-cosmosistemico e non inter-cosmosistemico.
          Il cosmosistema antropocentrico in cui a vissuto l’ellenismo durante il periodo pre-etnocratico è stato – dovrebbe sorprendere – quello delle città-stato. Si tratta del cosmosistema antropocentrico su piccola scala che vide nascere l’epoca creto-micenea e che si cristallizzò nel periodo classico, prima di tramutarsi in ecumene.
          La fase che attraversarono le società greche, mentre l'Europa viveva il Medio Evo feudale, il Rinascimento e l'Illuminismo fino al XIX secolo, è stata quella dell’ecumene post-statocentrico il cui contenuto si è fissato in modo definitivo essenzialmente durante l’epoca bizantina. Questa fase erediterà dall’epoca statocentrica non solo il sistema delle koina (città) e l’economia crematistica (o monetaria), ma anche le politéia inerenti, come la democrazia, l’oligarchia, la rappresentanza, ecc...[29] Si evolverà ancora, ad esempio sulla questione della costituzione della relazione tra lavoro e capitale che, nella sua trasformazione in relazione di partenariato, condurrà alla dissoluzione completa del lavoro mercantile o schiavista[30]. 
          La conquista ottomana, come precedentemente quella romana, sebbene avesse abolito la base politica antropocentrica della città metropolitana, non toccò la natura antropocentrica del sistema delle koina (città). D’altra parte, non appena lo choc della conquista fu assorbito, le società greche conobbero un nuovo importante sviluppo, che sfociò nell’impresa di ricostruzione del carattere cosmopolitico del potere centrale.
          Così, le società del sistema delle koina, prima della Guerra d’Indipendenza (1821), continuarono ad essere profondamente antropocentriche e a vivere come nel passato un’esperienza poli-politéica.  Un gran numero di queste hanno come politéia la democrazia (diretta), che funziona in condizioni omotetiche, si potrebbe dire, rispetto a quelle del V e IV secolo avanti Cristo[31]. Ogni società si costituisce in démos, ed è quindi una parte essenziale della politéia a cui appartiene come minimo la qualità di mandante, con delle competenze decisive. Ma anche nella città oligarchica, essa partecipa al processo politico attraverso l’intermediario delle koina locali o settoriali nelle quali essa si costituisce in démos. La città è anche il fulcro di un sistema economico che fa dipendere la relazione tra lavoro e capitale non dalla proprietà ma dalla partecipazione in partenariato di ciascuno sulla base del proprio contributo al processo di produzione. La società della città continua quindi fino alla fine ad assicurare cumulativamente la libertà individuale, sociale e politica o, per quanto ci riguarda, una relazione organica dell’individuo con la politica.
La classe borghese, da parte sua, invece di vivere lo stadio delle protogenesi all’interno dello Stato, è ecumenica. Avendo l’ecumene come spazio naturale, vede con ostilità il progetto di sovranità statale e quindi di protezione del capitale nazionale.
          Il fallimento del progetto di palingenesi nazionale e la creazione di uno Stato nazione nato morto, che dipendeva istituzionalmente dalle potenze della Santa Alleanze, segnerà l’inizio della decomposizione del cosmo-sistema ellenico o antropocentrico su piccola scala. Il sistema delle koina verrà abolito, ivi compreso il lavoro di partenariato, come anche l’essenza ecumenica della classe borghese. Ciononostante, l’eredità della loro logica sopravvivrà, come ad esempio l’approccio negativo al lavoro dipendente o lo sviluppo politico significante e l’incapacità del corpo dei cittadini a familiarizzarsi con lo statuto della società privata. Allo stesso tempo, fino alla fine della seconda decade del XX secolo, la maggior parte della classe borghese greca continua a trovarsi al di fuori dello Stato nazione, all’interno del proprio immediato spazio vitale storico, confrontandosi anche lì sempre più con l'etnocentrismo.
          A partire dal ritiro dall’Asia Minore e dalla ricostituzione profonda della società greca e dello Stato greco, iniziò a farsi notare la presenza di una classe borghese, avente caratteristiche etnocentriche. Tale tendenza si accelerò dopo la Seconda Guerra Mondiale, finché questa classe borghese "nazionale" costituì una forza interna fondamentale, a partire dagli anni '60.
          Nonostante tutto, considerando globalmente la questione, la classe borghese greca, pur dovendo cedere sotto i colpi decisivi delle due grandi correnti, quella etnocentrica e quella socialista, che si svilupparono particolarmente all’interno del proprio spazio vitale, mantenne degli aspetti significativi del proprio carattere internazionale, sebbene si possa sostenere che una parte di questa partecipi maggiormente a ciò che accade nel mondo piuttosto che alle attività endo-statali. Gli armatori greci, che dovranno la propria salvezza alla loro particolarità, ne costituiscono la manifestazione più evidente, controllando il 16% della flotta mercantile mondiale e occupando la prima posizione a livello mondiale, e di gran lunga.
          Appare chiaro che la logica ecumenica o quella etnocentrica della classe borghese rappresentano due visioni diametralmente opposte dello Stato e delle sue funzioni, e quindi del sistema politico. Allo stesso modo, l’esperienza post-statocentrica o ecumenica della società, in termini di valori e di mentalità, in particolare per quanto riguarda il lavoro e la politica, in altri termini la libertà globale, introdurrà nel sistema politico dello stato nazione due caratteristiche importanti, l’una relativa allo scopo della politica, l’altra al posto del corpo sociale nel sistema politico.
          La particolarità riguardante lo scopo della politica spiega come mai, nel momento in cui l'Europa in via di ripresa focalizza la sua attenzione sull'antagonismo dei due progetti ideologici (liberale e socialista) per la costruzione della nuova società antropocentrica, la politica, nello Stato greco, si affanna per obiettivi “post-classi” e “post ideologici". L’essenziale, nel XIX secolo e durante la maggior parte del XX secolo, non è, ad esempio, la costituzione sociale dell’individuo in termini di libertà, o l’attribuzione a quest’ultimo della qualità elementare di cittadino che comporta la generalizzazione del diritto di voto, bensì la gestione del rapporto tra società e politica in un contesto di tutela a cui il cittadino  sottometteva il fatto di essere decaduto dal sistema politico e giunto allo status di persona privata.
          Come ho fatto capire, tale evoluzione e soprattutto la combinazione dell'individualità politica con il progetto sociale "post-ideologico" o semplicemente (ri)distributivo in condizioni di suffragio universale, sposteranno la relazione politica dalla logica della “collettività di classe” verso un'articolazione secondo l’asse di un sistema rigorosamente clientelista. Così, nonostante la confusione che regna al riguardo, il sistema clientelista – e non la relazione di clientela – è un fenomeno post-classe che rivela l’assenza di correlazione o più concretamente il ritardo del sistema politico (per esempio il suo carattere non rappresentativo), comparato alla natura politica della società. La società politicamente sviluppata è destinata a funzionare all’interno del sistema come demos e non ad isolarsi nella sfera privata[32].
          In questo contesto, la classe politica è stata chiamata a gestire e anche a condensare le opposizioni nate dallo sfaldamento tra il sistema politico formale e l’identità politica della società. Il sistema l’ha delegata ad amministrare interamente e autenticamente il potere dello Stato di fronte ad una società la cui partecipazione si riassume nella legittimazione elettorale.
          Dal canto suo, la società si comporta politicamente come se possedesse almeno la qualità di mandante e come se fosse legittimata a dettare la propria volontà, a controllare, a partecipare a delle politiche d’interesse più ampio, ecc… Il cittadino considera il politico come suo interlocutore personale.
          Il sistema dei partiti, di conseguenza, sarà trasformato in apparato intermediario che, avendo sviluppato una rete sociale senza precedenti sul territorio, sotto l’egida diretta della classe politica, incarnerà alla fine il sistema politico stesso.
          L’accantonamento forzato della società greca, derivante dal sistema delle città, nel sistema politico generato dal passaggio dal dispotismo all’antropocentrismo primario doveva ovviamente portare ad un nuovo sistema politico che corrispondesse inevitabilmente ai rapporti di forza politici. Ma l’assenza, già descritta, di tali rapporti di forza di una classe borghese “nazionale” che avrebbe equilibrato la “fine” della politica con l’introduzione di elementi “operativi” nel proprio dispositivo, può spiegare la loro assenza materiale fino ad un’epoca recente, ma non la natura clientelare del sistema politico[33]. In ogni caso, tale sistema non si offriva né allo sboccio di un fenomeno fascista, né a “compromessi” che avrebbero armonizzato la volontà politica al peso del paese nel sistema internazionale.
          Da quanto detto ne consegue che, nella misura in cui il fenomeno totalitario si adatta ad una certa fase di transizione verso la società antropocentrica[34], la società greca non si colloca in questo caso. Ma per le stesse ragioni, il carattere “recalcitrante” della società greca di fronte alle esigenze della Guerra fredda obbligherà i garanti del sistema a giungere ad una repressione crescente e in fin dei conti a ricorrere al regime autoritario per adottarla.

7. La dittatura, espressione estrema del deficit democratico della Guerra fredda
           
          Se si considera la Dittatura dei Colonnelli in base alle evoluzioni nate nel dopo guerra, si può affermare che si tratta dell’ultimo anello di un lungo processo di messa sotto tutela del sistema politico greco, che ha inizio con la Guerra civile (1944-1949) e si consolida nel periodo della Guerra fredda[35]. Durante questo periodo, si costruì parallelamente al sistema parlamentare un regime di sorveglianza incaricato di garantire la rigida osservanza del paese al dispositivo del compesso egemonico dell’Occidente.
          Il garante di tale parasistema era il Trono. Funzionava simultaneamente come autorità suprema del regime parlamentare e, in veste di capo di Stato (delle forze armate, ecc…), come componente fondamentale dei propri limiti o della propria abolizione. In effetti, i rari casi in cui la politica della corona e dei governi hanno avuto delle divergenze, almeno in pubblico, sono imputabili al fatto che il "codice" informale che regolava la reale partizione dei poteri era stata colpita, principalmente dall'intervento della corona o dai centri di potere paralleli[36].
In realtà, tale dualismo fu un tratto caratteristico generale della Guerra fredda in tutti i paesi della zona occidentale, ivi compresi gli Stati Uniti. La differenza per quanto riguarda la Grecia, risiede eventualmente nell’intensità della repressione, che dipendeva ogni volta dall’importanza della contestazione, ovvero dal grado di armonizzazione della società al dogma della Guerra fredda, e non dal suo deficit democratico. Poiché non si poneva la questione dell’alternanza al potere e più esattamente della contestazione dell’egemonia politica del partito che gestiva il regime alla fine della guerra civile, il partito conservatore, che reggeva la propria posizione sul frazionamento delle forze del centro e del loro fallimento nel tentativo di dirigere la ricostruzione del dopo guerra civile e di ispirare il contenuto e il funzionamento del sistema, la vita politica sembrava stabile.
Bisogna sottolineare però che le forze centriste che iniziarono a governare il paese nei momenti più critici della guerra civile e fino al 1952, suscitano una crescente diffidenza. Il loro progetto di riconciliazione, ispirato dall’opinione pubblica, la rivendicazione di democratizzazione della vita politica, la loro relativa tolleranza nei confronti delle forze di sinistra, il sospetto di collaborazione o d’infiltrazione di elementi socialisti nelle loro formazioni politiche, costituiscono un argomento sufficiente e negativo per i campioni della Guerra fredda. Così, i conservatori giunti al potere governeranno senza ostacoli durante un decennio con il dominio della vita politica da parte dell'Unione nazionale radicale (ERE), fondata nel 1956 da Constantin Caramanlis e che detiene, dal 1956 al 1963, la maggioranza assoluta alla Camera dei Deputati. La stabilità politica e il relativo sviluppo economico realizzato durante questo periodo priveranno le forze del centro della loro base sociale, portandole alla scissione e all’isolamento. In effetti, cessano di essere un’opposizione credibile dato che non hanno un progetto socio-ideologico alternativo da opporre alla politica della maggioranza di governo[37].
La ricostituzione delle forze politiche del centro liberale e della social democrazia che lottavano per la democratizzazione della vita politica e la creazione a tale scopo dell'Unione del Centro (1961), saranno presentate all’inizio come un passo importante, che avrebbe potuto facilitare l’alternanza al potere senza incrinare il sistema, e marginalizzare la Sinistra che, a causa della messa fuori legge del partito comunista, aveva costituito l’opposizione alle elezioni del 1958 raccogliendo il 25% dei voti. 
Tale ricostruzione del paesaggio dei partiti e la modifica dei rapporti di forza furono il corollario di riassetti importanti all'interno della società greca.
In effetti, il periodo che va dalla guerra civile fino alla caduta della dittatura si distingue per un gran dinamismo sul piano economico, che si pone su una traiettoria di forte crescita. Nel 1952, la Grecia riacquisterà i livelli precedenti alla guerra e, in tutto il periodo, registrerà un aumento costante del reddito nazionale che varia tra il 6 e il 7% all'anno a prezzo costante.
La produzione agricola raddoppia nell’arco di dieci anni, viene realizzata un’importante riorganizzazione delle coltivazioni, vengono introdotti nuovi prodotti, aumenta la superficie delle terre coltivabili, la meccanizzazione progredisce molto rapidamente, mentre i prodotti agricoli da esportazione si diversificano e diventano concorrenziali sul mercato internazionale. Nel 1958, la Grecia raggiunge per la prima volta l’autosufficienza nel settore dei cereali.
L’industrializzazione conosce uno sviluppo altrettanto rapido, registrando una crescita più forte di quella di altri paesi dell’Europa occidentale. Il ruolo dello Stato sarà determinante a tale riguardo: effettua degli investimenti considerevoli, tanto nelle infrastrutture di base (stradali, ferroviarie, aeree, comunicazioni, elettricità, ecc...) quanto nel campo puramente industriale e dei servizi. Allo stesso tempo si aggiungono delle nuove attività “produttive”, come il turismo che, sempre con l’intervento dello Stato, a partire dagli anni ’60 occupa un posto importante nell’economia nazionale. Infine, la marina mercantile riacquista presto il terreno perduto e, in un decennio, la flotta controllata da interessi greci raggiunge la terza posizione a livello mondiale fino ad accedere alla prima pochi anni più tardi.
Le conseguenze sociali di tale incremento economico sono spettacolari e alterano profondamente la natura, le strutture e il funzionamento della società greca. Si registra una grande mobilità della popolazione, una migrazione dalle regioni puramente rurali verso le zone urbane e, in questo contesto, verso le attività industriali e dei servizi. Si stima a più di 700.000 il numero di persone che hanno lasciato le regioni rurali per le città tra il 1950 e il 1970. La schiacciante maggioranza di questi migranti interni si dirige soprattutto verso la zona di Atene, che raggiunge i tre milioni di abitanti nel 1974, contro 1.400.000 circa nel 1950. All'inizio degli anni '60, la popolazione urbana dello Stato greco supera la popolazione rurale.
Gli effetti di tali cambiamenti sociali sulla vita politica del paese si fecero notare fortemente. 
Poichè delle forze nuove che vivevano in maniera concreta il clima dell’economia di mercato iniziarono a far sentire la propria presenza nella vita sociale e politica: una classe operaia politicamente attiva, degli strati medi nuovi o vecchi dipendenti dei settori privati e pubblici, un gran numero di professionisti, di commercianti e di piccoli industriali, infine una classe borghese che partecipa sempre più alla vita economica internazionale e che tenterà l’integrazione istituzionale del paese nello sviluppo economico e politico internazionale. L’associazione della Grecia alla CEE avverrà con il governo di C. Caramanlis nel 1961. Si tratterà tuttavia di un intervento timido, che mancherà, in ultima analisi, l'occasione di un ingresso integrale del paese nella CEE in questo periodo.
Tali forze giocheranno un ruolo essenziale nell’unificazione di interi settori della società e in tal modo, costituiranno il vettore dell’unificazione dello spazio politico del centro. Non si tratta affatto di un caso pertanto se l’Unione del centro, costituitasi nel settembre 1961, attirò la maggior parte della classe borghese innovatrice. Tendenze analoghe iniziano d’altronde a farsi notare anche nell'Unione nazionale radicale (ERE), il partito al potere. Esprimono tuttavia una problematica politica più conservatrice. In termini più semplici, l’Unione del centro riunisce attorno ad una rivendicazione di democratizzazione politica, un gran numero di forze sociali, diverse ed eterogenee, ma unite da uno stesso desiderio di rinnovamento in un contesto liberale. 
Sebbene tale rivendicazione abbia portato l’Unione del centro al potere (raggiunse la maggioranza assoluta alle elezioni del 1963), non fu sufficiente ad assicurarne la coesione. Così, ancora prima di prendere realmente il controllo del potere dello Stato, le forze politiche che coabitavano nell’Unione del centro si lanciarono in una lotta interna per il controllo del partito e della politica di governo. Da un lato, il gruppo liberale che voleva applicare una politica moderata di modernizzazione. Dall’altro, l’ala radicale che insisteva nel mettere in atto un programma orientato verso il sociale e politicamente lontano dai centri tradizionali del potere, principalmente dalla corona.
I fatti hanno dimostrato che il sistema politico non era pronto in quel momento a resistere alla prova di una sfida liberale e democratica. Inoltre, le forze borghesi riunite nell’Unione del centro non si mostrarono disposte ad accettare l’evoluzione del partito, se non verso una social-democrazia. Tuttavia, non appena le tendenze centrifughe iniziarono a concretizzarsi all’interno del partito, per le forze nate dallo spirito della guerra civile e della Guerra fredda fu relativamente facile approfittarne.
L’ “apostasia”, ovvero la divisione politica dei liberali, dev’essere pertanto situata in un contesto più ampio e va vista, in primo luogo, come la reazione naturale della corona che esprimeva lo spirito della Guerra fredda, e, in secondo luogo, come espressione di un sentimento d’inquietudine di una frazione dell’Unione del centro che non voleva rischiare di perdere il controllo del partito, né di vederlo evolversi abbandonando la prospettiva centrista, fondamentalmente liberale e moderata, che aveva tracciato.
Dal punto di vista dell’evoluzione sociale, si osserva che la divisione dell’Unione del centro corrispondeva ad una dinamica pressante di adattare la vita politica e lo Stato ad una realtà più democratica. D’altra parte, era il solo mezzo per rendere possibile l’unificazione dello spazio politico liberale da un lato, e l’apparizione di forze politiche di orientamento socialista dall’altro, che esprimessero le aspirazioni della piccola borghesia e della classe operaia. In questo contesto, l’esperienza delle due principali formazioni politiche liberali, l’ERE e l’Unione del centro, non rispecchiavano la realtà sociale, mentre la prospettiva di un’ulteriore evoluzione di una delle due verso la social democrazia l’obbligava ad affrontare le forze che, storicamente, si nutrivano del clima della Guerra fredda. L’intervento aperto del Trono nella vita politica (15 luglio 1965), inaugurato dal rinvio del governo legittimo, segnerà la fine di quella legittimità democratica che il paese aveva vissuto fino ad allora. Ciò portò la Grecia in un periodo di disordini politici e sociali che terminerà con il colpo di Stato militare nel 1967.

8. La natura del regime dittatoriale

          La nascita della Dittatura dei Colonnelli il 21 aprile 1967 rappresenta l’ultimo atto della “contro rivoluzione” politica che è stata sviluppata e gradualmente messa in atto parallelamente alla legittimità parlamentare, dopo la guerra civile. L’insistenza del Trono nel conservare intatto il regime “dualista” giustapponendo il potere legale e le forze di potere parallele che facevano di esse il reale arbitro della vita politica ha provocato lo scoppio di reazioni a catena in alcuni ambienti di ufficiali che ritenevano necessarie delle misure radicali per fermare la dinamica politica e sociale da cui emanava il progetto di democratizzazione[38].
          In tale senso, la Dittatura rivela l’incapacità del Trono, da una parte, di controllare le divisioni politiche, escludendo l’ala socialista dell’Unione del Centro, di “guidare" le politiche del governo, e dall'altra parte, di controllare a dovere le sacche di sorveglianza nell'esercito.
          Si è ritenuto che in alternativa all’impresa del Trono di allontanare dal potere l’ala dell’Unione del Centro ritenuta di sinistra, fosse stato messo a punto un piano di sospensione parziale provvisoria della Costituzione. L’intervento golpista di una sacca concreta dell’esercito, composta da quadri di media categoria non appartenenti al gruppo dirigente ma che avevano frequentato i servizi segreti e mantenevano dei legami stretti con il fattore americano, non cancella l’intenzione di deviazione. Tuttavia, modificò completamente i rapporti di forza para-politici.
          In effetti, l’iniziativa dei colonnelli, che sorprese il Trono e lo stato maggiore, divenne il nodo del conflitto del regime militare con il re. L’insistenza del re a riprendere l’iniziativa sfociò nella sua disfatta, dopo un tentativo di colpo di Stato da operetta nel 1967.
          La Dittatura dei Colonnelli rappresenta una giunta militare tipica, che non si convertì mai in regime politico, come accadde con Franco in Spagna e Salazar in Portogallo, né giunse mai ad una legittimazione effettiva nella società greca. Non è del tutto fortuito che la reazione e la resistenza alla Dittatura abbiano mobilitato delle forze di tutti gli orizzonti sociali e politici, borghesi e liberali compresi[39].
          Il fallimento del tentativo di assassinio del dittatore Georges Papadopoulos nell’agosto 1968 da parte di Alexandre Panagoulis e la condanna a morte di quest’ultimo diede inizio ad una mobilitazione considerevole, nazionale ed internazionale, che finirà per impedire la sua esecuzione. Allo stesso tempo, dimostra l’impotenza del regime nel farsi accettare dall’opinione pubblica, sia nazionale che internazionale. Ad eccezione degli Stati Uniti, la "questione greca" è rimasta presente in tutte la istanze internazionali. La mobilitazione della resistenza fu determinante a tal riguardo, come anche le reazioni spesso esplosive di grandi fasce di popolazione, che raggiunsero il culmine con i sollevamenti studenteschi nel corso dell’inverno del 1972-73 e nell’autunno 1973. Essi costringeranno la dittatura a mobilitare apertamente e in maniera massiva l'intero apparato repressivo.
Era ormai evidente che la dittatura si confrontava con un grave problema di legittimazione, mentre le frizioni interne e gli scontri con il Trono avrebbero precipitato gli eventi.
          La mancanza di legittimazione e soprattutto l’isolamento della Giunta l’obbligarono ad avanzare costantemente l’argomento secondo cui essa rappresentava una deviazione provvisoria e transitoria che mirava a risanare la vita pubblica, a far tacere la corruzione politica e a ristabilire una sana democrazia. La deviazione nei confronti della Costituzione veniva imposta dalla salvezza della patria. La democrazia, come promessa, non era quindi quella della strada, del regno della strada e dell’anarchia. La soppressione dei partiti e del Parlamento, l’acquisizione del totale controllo dei sindacati e delle cooperative avevano avuto luogo perché tali istituzioni erano responsabili della divisione della società e dello stato terribile dell’apparato statale.
          Il discorso politico della Dittatura fu puramente anticomunista, imputava al sistema partitico e alla classe politica la decadenza della vita politica, la scissione e la corruzione, accusandoli di alto tradimento. La classe politica era responsabile di non aver mostrato chiaramente alla società il pericolo comunista. “Il problema comunista della Grecia non è quello degli altri paesi”, sosterrà uno dei protagonisti della Giunta. “Il problema comunista della Grecia, per forza di cose, è posto alla base: O i greci o i comunisti. In altri termini, penso che nello spazio geografico che si chiama “Grecia”, non ci sia spazio per entrambi. Resteremo noi, i greci, o i comunisti”[40]. “Il governo nazionale ambisce quindi a fare della Grecia un bastione inespugnabile all’interno della NATO e un guardiano della civilizzazione europea occidentale in questa parte d’Europa”[41]. L’ideologia nazionale del 21 aprile viene riassunta nel trittico ”La Grecia, dei greci cristiani”.
          La piena armonizzazione della politica estera della Giunta con il dispositivo del complesso egemonico del campo occidentale fu seguita dal ritiro da Cipro della divisione greca con cui il governo dell’Unione del Centro aveva rinforzato l’isola, lasciandola esposta all’appetito turco.
          Ma la “Grande Grecia” che sognano i colonnelli non è espansionistica, si concentra sullo sviluppo socio-economico e sulla promozione nell’arena internazionale della propria cultura “greco-cristiana”. Essa pone come esempio la Grecia della diaspora e della marina mercantile, che si distingue nel mondo e a cui la Grecia miserabile dello Stato dei politici deve assomigliare.
          La Grecia, come società, nazione, sistema politico, è malata. La sua assimilazione al paziente disteso nella sala operatoria è frequente e mira a giustificare la deviazione. La Giunta è il chirurgo che la guarirà per restituirla sana e trionfante al mondo.
          Il regime autoritario si auto definisce una rivoluzione, non un colpo di Stato, poiché solamente in questo modo si giustifica il fatto che il paese sia stato posto nel gesso fino a guarigione completa. 

9. Il ritorno alla normalità politica

          La fine della Dittatura può essere descritta letteralmente come uno sprofondamento. Come abbiamo visto, la Giunta aveva come argomento costante il fatto che la deviazione fosse una parentesi provvisoria che mirava al risanamento del regime democratico. La rapidità del risanamento dipendeva tuttavia dai progressi dello stato di salute del malato, ovvero dalle stime dei colonnelli stessi sul controllo della situazione. Nel 1968 viene elaborata una nuova Costituzione, sottoposta a “referendum”; viene istituito il cosiddetto “Comitato consultivo”, una sorta di parlamento con cui la Giunta sperava, tra l’altro, di far emergere una nuova classe politica, ecc…
          Il tema della parentesi, di conseguenza, rispondeva senza dubbio alla congiuntura, mirava, in altre parole, ad ammorbidire la resistenza interna e a disattivare il fattore democratico internazionale. In mancanza di una legittimazione positiva della Dittatura, si ricercò la tolleranza, lo spostamento della contestazione in vista di una mobilità che lasciava aperta la transizione verso la “Nuova Democrazia”.
          Il movimento di resistenza, da parte sua, sebbene spezzettato ed eterogeneo, riuscì, grazie alla propria attività all’interno del paese e nei convegni europei e internazionali, a mantenere costantemente aperto il “problema greco”, e la Dittatura, di conseguenza, costantemente sulla difensiva. Questa realtà doveva per forza provocare delle rotture interne, che si accentuarono con il conflitto tra la Giunta e il re.
L’ammutinamento della marina nel maggio 1973 porterà all’abolizione della monarchia e all’annuncio di una serie di misure che miravano ad organizzare le elezioni e al passaggio ad un regime parlamentare[42]. L’inizio della transizione controllata, combinata alla sfiducia reciproca e alla radicalizzazione del sentimento anti giunta di strati dinamici della società, provocò lo scoppio di una contestazione incontrollabile, che sfociò nel sollevamento a catena degli studenti (nella facoltà di Diritto dell’Università nazionale di Atene e presso il Politecnico), ecc… L’impresa fu interrotta, la Giunta iniziale fu rovesciata,  il generale Ghizikis sostituì nel novembre 1973 il colonnello Papadopoulos nel ruolo di presidente della Repubblica. 
Le redini della Giunta in decadenza furono riprese in realtà da un militare oscuro, Ioannidis, che, dietro le quinte, diresse il governo di fantocci che aveva instaurato. Alcuni mesi più tardi, tentò di invertire il corso degli eventi esportando la Giunta militare a Cipro con l'obiettivo dichiarato di rovesciare il governo democratico. Il governo cipriota voleva minare il potere della Giunta in Grecia, e il presidente Makarios era stato qualificato varie volte dagli Stati Uniti come il Fidel Castro del Mediterraneo e accusato di essere responsabile del mantenimento di Cipro nel campo dei paesi non allineati.
Si presumeva che il rovesciamento del sistema politico a Cipro avrebbe neutralizzato l’influenza sovietica e rinforzato la coesione e le capacità operative della NATO nel Mediterraneo orientale, in un’epoca in cui si profilavano dei cambiamenti capitali. Due mesi dopo il colpo di Stato e l’occupazione da parte della Turchia di circa il 40% del territorio della Repubblica cipriota, scoppiava tra arabi e israeliani la Guerra dei Sei Giorni.
L’intervento a Cipro concluse il crollo della Giunta militare in Grecia, che, insieme agli Stati Uniti, invitò la vecchia classe politica a riprendere le redini del paese, sotto la direzione del vecchio leader Constantin Caramanlis.
Il carattere esogeno della Giunta – dettato dalle coalizioni geostrategiche e dal deficit democratico del sistema internazionale – è confermato non solo dal suo percorso in generale, ma anche dalla natura della restaurazione democratica che ne conseguì. Le forze politiche si ricostituirono essenzialmente nello stesso punto in cui la Giunta le aveva sospese, e con la stessa direzione politica.
Tuttavia, il paesaggio politico si chiarì rapidamente in seguito, sulla base delle divisioni che avevano iniziato a svilupparsi dall’inizio degli anni ’60 e che avevano provocato la deviazione militare. Il partito liberale si ricostituì nel contesto di un partito politico finalmente riunito, la “Nuova Democrazia”. Questo partito ospitò la vecchia Destra conservatrice, modernizzata, e l’ala liberale dell’Unione del Centro. Agli antipodi, comparve il partito socialista (il PASOK), che raccoglieva essenzialmente l’ala sinistra dell’Unione del Centro e alcune forze della Sinistra. La Sinistra comunista, che verrà legalizzata sulla scena politica, si divise in partito comunista dell’interno, eurocomunista, e partito comunista staliniano. Non tardò molto ad essere neutralizzata dal PASOK e nel medio termine rimase isolata.
Il conflitto della Dittatura con il re sfociò nell’abolizione del Trono, ratificata da un referendum organizzato dal governo della Repubblica diretto dal Primo ministro conservatore C. Caramanlis, l’8 dicembre 1977. Quest’istituzione, dotata, come si è detto, di una legittimità esogena e, in fondo, fattore permanente di instabilità nel sistema politico greco, doveva pagare il prezzo del conflitto con le sacche del parasistema che essa stessa aveva instaurato per sostenere le proprie scelte.

10. Conclusione

Per concludere, possiamo affermare che la Giunta dei Colonnelli fu un regime tipicamente esogeno, che rispondeva all’incapacità del sistema politico di trovare un punto d’equilibrio tra le divisioni derivanti dalla società ellenica altamente politicizzata e il deficit democratico del sistema della Guerra fredda. La legittimazione non endogena del “regime” autoritario spiega proprio la scelta di non smettere di proclamare il proprio carattere di parentesi, e la propria impotenza nell'assicurarne una transizione verso una "democrazia" controllata. Il tentativo del regime di esportarsi nella Repubblica cipriota, l’impasse in cui fu condotto e il suo crollo finale testimoniano il fatto che fino alla fine i suoi appoggi sono rimasti esogeni. L’insieme della società greca, ivi compresa la classe borghese, voltarono le spalle al “regime” autoritario.
Tale carattere della Dittatura dei Colonnelli 0ne rivela la natura differente rispetto agli analoghi regimi della penisola iberica, che invece fanno pienamente parte della dinamica delle evoluzioni vissute dai paesi europei nel periodo compreso tra le due Guerre.
In un altro senso, il paradigma greco ammette che il tema della società civile non è sufficiente da solo a spiegare il fenomeno autoritario nello spazio europeo, poiché considera come dato certo e indipendente lo status privato e quindi la natura apolitica della società. Ora, il paradigma greco rivela che il funzionamento o meno della società come fattore della vita politica dipende dallo stadio di maturità in cui si trova, non è automatico. La differenza della società greca con le altre società del continente europeo si fonda appunto sui comportamenti ereditati dal suo passato antropocentrico, che agirono e continuano ad agire fino ad un certo punto in maniera decisiva sul funzionamento del sistema politico.
Tuttavia, la coincidenza dalla fine della dittature in Spagna, Portogallo e Grecia fu senza dubbio di ordine “biologico”, ovvero legata al ciclo di vita di Franco e Salazar. Ciò non ci impedisce di ricordare che il regime autoritario, per propria natura, non è ereditario, degenera e declina.  Allo stesso tempo, la caduta delle dittatura fu, da un altro punto di vista, il preludio di un processo che doveva portare al superamento del deficit democratico dell’epoca della Guerra fredda e, infine, delle condizione che l'avevano provocato.



[1] in Giuliana Laschi (éd.), Memoria d'Europa. Riflessioni su dittatute, autoritarismo, bonapartismo e solte democratiche, Éd. Franco Angeli, Milano, 2012, p. 63-91.
[2] Al riguardo consultare P. Schmitter, Groupes d’intérêt et consolidation démocratique en Europe Méridionale, in “Pôle Sud”, n. 3, 1995 ; R. King, The State in Modern Society, Londra, Macmillan, 1986 ; A. Seligman, The Idea of Civil Society, Free Press, Macmillan, 1992 ; A. Makrydimitris, État et société civile, Ed. Sakoulas, Atene, 2002.
[3] G. Contogeorgis, Justice et système politique. La question de la responsabilité politique, in D. Koutras (Ed.), L’égalité et la justice selon Aristote et les problèmes de la société contemporaine, Atene, 2000.
[4] In particolare, si vedano i nostri studi, Modernité et progrès, Ed. Kactos, Athene, 2001 ; La démocratie dans la société technologique, in "La Tribune des sciences sociales", n.18, 1996. Anche M. Barbier, La modernité politique, Parigi, PUF, 2000.

[5] Cittadino dello Stato e non del sistema politico, in quanto quest’ultima qualità avrebbe trasformato il cittadino in socio del sistema politico e l’insieme del corpo sociale in démos. Vedere al riguardo G. Contogeorgis, Le citoyen dans la cité. Essai d’une théorie et d’une typologie de la citoyenneté, in P.Perrineau, B.Badie (Ed.), Le citoyen. Mélanges offerts à Alain Lancelot, Parigi, Presses de Sciences Po, 2000.
[6] Si vedano i nostri studi État et autonomie locale à l’époque de la ‘mondialisation’, in A. Makrydimitris (Ed.), Autonomie locale et État dans le cadre de la Mondialisation, Ed. Sakoulas, Atene, 2003, pp. 17-77.
[7] R. G. Schwartzenberg, Sociologie politique, Parigi, Montchrestien, 1977, pp. 177 e segg.; si vedano anche W. W. Rostow, The Stages of Economic Growth, Cambridge, Cambridge University Press, 1960; R. Dahl, A Preface to Democratic Theory, Chicago, University of Chicago Press, 1956.
[8] G. Contogeorgis, Prolégomènes à une approche cosmosystémique du devenir historique, in D. Koutras (Ed.), Philosophie de l’histoire et de la civilisation, Atene, 2003.
[9] Vedere P. Schmitter, Groupes d’intérêt et consolidation démocratique en Europe Méridionale, cit. Anche N. Mouzelis, Politics in the Semi-Periphery. Early Parlemantarism and Late Industrialisation in the Balkans and Latin America, Londra, Macmillan, 1980. Eppure, il primo ad introdurre un approccio comune al fenomeno autoritario di Spagna, Portogallo e Grecia, presentandolo come relativo ai paesi dell’Europa del Sud, fu Nicos Poulantzas nella sua opera, La crise des dictatures. Portugal, Grèce, Espagne, Parigi, Seuil, 1975. 
[10] Si osserva, in questo caso, una confusione inmperdonabile tra la natura del sistema politico e la sua legittimazione. In questo schema, la Gran Bretagna sembra la matrice e il modello della “democrazia parlamentare”, senza contare che la metà del suo sistema politico (la monarchia e la Camera dei Lord) conserva ancora le proprie origini feudali.
[11]In effetti, fino agli anni ’80, la Sinistra, compresi i partiti socialisti dei paesi occidentali, è stata costantemente relegata all’opposizione.  
[12] Per i regimi autoritari di Franco in Spagna e di Salazar in Portogallo, vedere anche J. Georgel, Les Eurodictatures. Fascisme: 1922-1945; Salazarisme:1926-1968; Nazisme: 1933-1945; Franquisme: 1936-1975 (studio comparato), Rennes, Éditions Apogée, 1999. Y. Leonard, Salazarisme et Fascisme, Éditions Chandeigne, 1996. A. Costa Pinto (Ed.), Modern Portugal, Palo Alto, CA, 1998. A. Costa Pinto, The Blue Shirt: Portuguese fascists and the new state, Boulder, CO, New York, Columbia University Press, 2000. Salazar's dictatorship and European fascism: problems and perspectives of interpretation. Boulder, CO, 1994. J. Georgel, Le franquisme: histoire et bilan, 1939-1969, Parigi, Éditions du Seuil, 1970. S. Payne, Fascism in Spain, 1923-1977, Madison, University of Wisconsin Press, 1999 e The Franco regime, 1936-1975, Londra, Phoenix Press, 2000.
[13] In effetti, la regola anglosassone che dettava il modello politico per l’Occidente della Guerra fredda si concentra sull’efficienza “operativa” del potere e ovviamente sull’indice di legittimazione del sistema, invece che sullo sviluppo democratico. Quindi, considera con sospetto le scissioni politiche che emergono nei paesi “del sud” e che contestano un tale ambiente consolidato. Il clima di contestazione non viene rappresentato come una virtù democratica, in quanto sottopone alla critica i fondamenti del sistema. 
[14] Perché la Sinistra italiana seppe dimostrarsi flessibile e profondamente comprensiva di fronte alle pressioni del bipolarismo, ma anche perché un regime autoritario in Italia avrebbe compromesso la credibilità del fronte occidentale, provocando degli scontri interni importanti.  
[15] A titolo del tutto indicativo, si segnala che i paesi dell’ex-socialismo e della periferia del “terzo mondo” fanno prova oggi di uno sviluppo della società civile inferiore rispetto a quello dell’Italia, della Grecia, della Spagna o del Portogallo dell’epoca della Guerra fredda, pur senza essere altrettanto esposte al fenomeno autoritario.
[16] Si veda A. Pantelis, S. Koutsobinas, T. Gerozissis, Textes d’histoire constitutionnelle, t.1, Ed. Sakoulas, Atene, 1993.
[17] Il sistema delle koina derivante dalla città in cui i greci avevano vissuto fino ad allora aveva anche come base il progetto di Rigas Pheraios (1757-1798), ma anche dei primi leaders della Guerra d’Indipendenza, compreso Alexandre Ypsilantis. Il concetto di “sympolitéia” definisce le unioni di città-stato che nascono nel III secolo, essenzialmente nella Grecia metropolitana.  
[18] Per questa questione fondamentale, vedere G. Contogeorgis, Dynamique sociale et autonomie politique. Le système des cités à l’époque ottomane, Ed. Livanis, Atene, 1982.
[19] Vedere al riguardo la nostra opera, Système politique et politique, Ed. Polytypo, Atene, 1985, pp. 65-107.
[20] In uno studio recente riguardante la cultura politica in 18 paesi d’Asia e Europa, si nota che il grado di interesse per la politica supera di 26,6 punti la media europea: 83,4% contro il 56,8% (G. Contogeorgis, Political Culture in Greece, in T. Inoguchi, J. Blondel (dir.), Globalisation and Political Culture of Democracy, Tokyo, 2003).
[21] J. Lagroye, Sociologie politique, Parigi, Presses de la Fondation Nationale des Sciences Politiques & Dalloz, 1993, pp. 294 e segg.; P. Annick, La socialisation politique. Défense et illustration, in M. Grawitz, J.Leca (Ed.), Traité de science politique, vol. 3: L’action politique, Parigi, PUF, pp.165-235.
[22] È così che sulla base della suddetta ricerca (T. Inoguchi, J. Blondel, Globalisation and Political Culture of Democracy, cit.), la società greca si presenta come quella che ottiene uno dei punteggi più bassi per quanto riguarda l’impegno collettivo, come le iniziative delle forze intermediarie: il 5,6% su 15,5% per la media europea. Eppure, ricerca dei contatti personali con il personale politico con il 10,2%, su una media del 6,6%. La differenza aumenta notevolmente quando si viene invitati a rispondere a domande relative all'individualità politica (‘Talk about political problems’, ‘Talk about party politics’, Talk about international problems’, etc.): La società greca supera dai 20 ai 30 punti le altre società europee e dal 56 al 62,5% le società asiatiche.
[23] G. Contogeorgis, Le citoyen dans la cité. Essai d’une théorie et d’une typologie de la citoyenneté, cit.
[24] Riguardo a tale distinzione, vedere il nostro studio État et autonomie locale dans le cadre de la ‘mondialisation’, cit. Al contrario, vedere a titolo indicativo J-L. Briquet, F. Sawicki, Le clientélisme politique dans les sociétés contemporaines, Parigi, Presses Universitaires de France, 1998; S. N. Enseinstadt, R. Lemarchand (eds), Political Clientelism, Patronage and Development, Londra, Sage Publications, 1981.
[25] Vedere al riguardo il nostro studio, L’idéologie du ‘4 août’. Le système autoritaire en Grèce (1936-1940), in Pouvoirs, n. 94, 2000.
[26] Per alcuni aspetti del sistema totalitario, vedere  R. Aron, Démocratie et totalitarisme, Parigi, Gallimard, 1965; H. Arendt, The Origins of Totalitarianism, New York, Harcourt, 1966; N. Poulantzas, Fascisme et dictature: la III Internationale face au fascisme, Parigi, Seuil, 1970.
[27] Vedere M. Mazower, Greece and the Inter-war Economic Crisis, Oxford, Clarendon Press,  1991.
[28] G. Contogeorgis, Identité cosmosystémique ou identité nationale? Le paradigme hellénique, in "Pôle Sud", n.10, 1999 ; Le phénomène identitaire en Grèce. Entre le cosmosystème hellénique et l’État nation, in "Revue internationale de politique comparée", n.5, 1998.
[29] Vedere al riguardo i nostri studi Histoire de la Grèce, Paris, Hatier, 1992; Le citoyen dans la cité. Essai d’une théorie et d’une typologie de la citoyenneté, cit. ; Dynamique sociale et autonomie politique. Le système des cités à l’époque ottomane, cit.
[30] G. Contogeorgis, Travail et liberté. Prolégomènes à une théorie cosmosystémique du travail, in D. Koutras (éd.), Travail et métier, Atene, 2002.
[31] G. Contogeorgis, Travail et liberté. Prolégomènes à une théorie cosmosystémique du travail, cit.
[32] Per maggiori dettagli, consultare le opere G. Contogeorgis, Modernité et progrès, cit., e État et autonomie locale à l’époque de la ‘mondialisation’,  cit., p. 50 e segg.
[33] G. Contogeorgis, État et autonomie locale à l’époque de la ‘mondialisation’,  cit., p. 56 e segg.
[34] Bisogna ricordare l’analogia di tale transizione del mondo moderno con quelle della città-stato che generò la tirannia sociale. Bisogna notare anche che il fenomeno totalitario non si trova nel XIX secolo o alla fine del XX secolo ma tra le due Guerre.
[35] Vedere anche N. Svoronos, Histoire de la Grèce moderne, Parigi, PUF, 1972; J. Meynaud, Rapport sur l’abolition de la démocratie en Grèce, Montréal, Éditions Nouvelle Frontière, 1967, 1972 ; T. Couloumbis, J. Petropoulos, H. Psomiades (ed.), Foreign Interference in Greek Politics, New York, Pella,  1976; C. Tsoukalas, La tragédie grecque. De la libération aux colonels, Parigi, Livanis-Néa Synora, 1968; G. Contogeorgis, Histoire de la Grèce, cit.
[36] Op. cit., pp. 422 e segg.
[37] Op. cit., pp. 417 e segg.
[38] G. Contogeorgis, op. cit., pp. 429 e segg. Si veda anche C. Koryzis, Le régime autoritaire, Atene, 1975; M. Meletopoulos, La dictature des colonels, ED. Papazissis, Atene, 2000; La dictature 1967-1974. Action politique, Discours idéologique, résistance (collectif), Edizioni Kastaniotis, Atene, 1999. S. Gregoriadis, Histoire de la dictature, vol. 1-3, Atene, 1975 ; J. Giannopoulos, R. Clogg, La Grèce sous le joug militaire, Atene, 1976.
[39] Si veda a questo proposito, C. Svolopoulos (dir.), Constantin Caramanlis, Archives, Évènements et textes, vol. 7, Atene, Ed. Rekou, 1960, p. 18 e segg.
[40] Colonel I. Ladas (Discours, 1970, p. 9-24). Citato da M. Meletopoulos, La Dictature des Colonels, cit., p. 186.
[41] G. Papadopoulos, in op. cit., p. 183. Per l’ideologia della dittatura, com’era vantata da uno dei suoi “intellettuali”, G. Georgalas, vedere la sua opera, L’idéologie de la révolution, Atene, (s.d.).
[42] Sulla transizione al sistema parlamentare, si veda anche P. Maligoudis, N. Vardiabassis (Ed.), Le rétablissement de la démocratie, in "Ta Historika", n. 195, 2003.

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